#27 Ma quale rivoluzione dei musei

Partiamo dalla fine: in Europa, nella maggior parte degli Stati comunitari, gli studenti non pagano l’ingresso nei musei pubblici. Analizziamo gli esempi più importanti.

Inghilterra. Nel 2001 viene varata la legge secondo cui l’ingresso ai musei statali è gratuito, da questa data il numero degli ingressi (nei musei londinesi) è schizzata a + 51% e non solo. Si registrano aumenti anche dal punto di vista turistico. I musei della capitale gratuiti sono: British Museum, Tate Modern, The National Gallery, Natural History Museum, Science Museum, Victoria and Albert Museum, National Maritime Museum e la National Portrait Gallery. Niente male. La domanda sorge spontanea: come fanno tutti questi musei a mantenere l’ingresso gratuito? Semplice: lo Stato sovvenziona le attività museali con 83 milioni di sterline l’anno. Ripeto: ottantatré-milioni-di-sterline (dati 2012). Tutto qui? Certo che no. I musei inglesi si sono inventati abilissime campagne di fuondrasing (anche attraverso vere e proprie lotterie) con cui invitato i cittadini a diventare membri dell’ente museo. Nonostante neanche la Grand Bretagna navighi nell’oro – e nonostante le pesanti critiche – la legge le regola l’accesso gratuito è blindata: non si tocca.

Francia. Funziona così: sotto i 26 anni l’ingresso ai musei è gratuito, gli over 26, invece, pagano. La prima domenica del mese è gratis per tutti. I musei statali sono sempre gratuiti. La domanda qui è: ma con tutte queste gratuità come guadagna il museo francese? Dati alla mano del 2012: il comparto cultura ha generato 74 miliardi di euro (più dell’industria automobilistica francese), certo non parliamo solo di musei. Nel 2014, invece, ha generato 58 miliardi di euro (il 3,2 % del pil nazionale). Lo Stato, al contempo, investe circa 14 miliardi di euro l’anno nel settore culturale, dando la possibilità di lavoro a circa 670mila persone. E non è finita. Sapete qual è il museo più visitato al mondo? Con 8,7 milioni di visitatori l’anno, il Louvre stacca tutti i musei del mondo: il British di Londra segue a 5,8 milioni, il Metropolitan di New York 5,2 e la Tate Modern londinese a 5. Il Louvre, infatti, ha un bilancio di 200milioni l’anno, di cui una metà arriva dallo Stato e l’altra dalla vendita dei biglietti, dai vari servizi e, non ultimo, dai mecenati. Oltralpe infatti si può detrarre dalle tasse il 60% della somma data, arrivando perfino al 90% nel caso di acquisto di opere importanti, mentre da noi si arriva al massimo al 19%.

Italia. E’ di oggi la notizia della rivoluzione (?) dei musei firmati Dario Franceschini, ministro della Cultura. Vediamo. Da luglio saranno gratis solo sotto i 18 anni e a pagamento per tutti sopra i 25 anni, ridotti dai 18 ai 25. Ogni prima domenica del mese musei gratuiti. Stop. Nient’altro? No. La domanda adesso è: quanto investe l’Italia in cultura? L’1,1% del Pil contro il 2,2% medio dell’Ue e all’ultimo posto in Europa dietro anche alla disastrata Grecia che spende l’1,2% del Pil. Peggio. Siamo al penultimo posto (questa volta davanti alla Grecia) nella spesa per l’istruzione: l’8,5% Pil con il 10,9% dell’Unione Europea. Dati Eurostat che compara la spesa pubblica nel 2011: in cultura spendono tutti più di noi dalla Germania (1,8% del Pil) alla Francia (2,5%) fino al Regno Unito al 2,1%. Apriti cielo. 

Naturalmente i dati vanno interpretati caso per caso e questa non è certo l’inchiesta più esauriente in merito, bensì è solo un modo per evidenziare – a chi legge – quali siano le realtà europee (tanto richiamate da Franceschini) e quale quella italiana. Più che il tariffario, qui c’è da cambiare un modus operandi, bisogna tornare ad investire più nella cultura che in altro. L’Italia è una potenza culturale, una bestia dormiente che non aspetta altro che risvegliarsi. Ma, per ora, c’è solo da ringraziare la classe politica che ha trasformato l’Italia nel più grande discount culturale-artistico del mondo. Ma questa, è un’altra storia.

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