#26 Geo – Parte prima

Il volo AX 545 dell’Air France atterrò la mattina del 15 luglio, all’aeroporto Fiumicino di Roma, con un passeggero in più. La signora Barbara Romanelli era incinta al nono mese, e decise di partorire tra le nuvole, mentre l’aereo stava sorvolando le Alpi. Il signor Augusto Romanelli, invece, non riuscendo a trattenersi dalla gioia – e, probabilmente, in preda ad una sovrapproduzione di adrenalina – iniziò a danzare con l’hostess che aveva assistito al parto. Una volta in ospedale, il dilemma più grosso fu la scelta del nome: come chiami un bambino nato tra le nuvole? L’idea, in realtà, venne al vecchio ginecologo che, incuriosito dal dibatto della coppia, si era fermato sulla porta ad ascoltare l’elenco dei nomi.

“Chiamatelo Geo!”, esclamò il primario

“Geo?”, ribatté corrucciato il singor Romanelli

“Sì Geo, come l’aviatore. Non ne avete mai sentito parlare?”

Il singor Romanelli si voltò verso la moglie e insieme esclamarono: “No!”

Il medico, a quel punto, chiuse la porta alle sue spalle, e disse: “Jorge Chávez Dartnell è stato il primo aviatore a sorvolare le Alpi, nel settembre del 1910. E’ stato un eroe dei cieli e, per tutti, fu Geo, Geo Chavez”.

A quel punto, i coniugi Romanelli non ebbero più dubbi: il bambino nato in volo la mattina del 15 luglio 1995 si sarebbe chiamato, da quel momento in poi, Geo. Come l’aviatore.

 Vent’anni dopo

 Si svegliò di soprassalto, nel bel mezzo della notte, sudato, nella sua stanza. La sveglia segnava le 5 del mattino. Fuori era ancora buio. Quell’incubo non lo perseguitava da troppi mesi e la terapia dell’analista non stava dando ancora i suoi frutti. Provò a riaddormentarsi, girandosi spesso sotto le coperte, in cerca della posizione ideale. Niente da fare. Non riusciva a smettere di pensarci, aveva quell’immagine fissa: l’incidente in cui aveva visto perdere suo padre, investito brutalmente da un uomo che non avrebbero mai saputo chi fosse.

Erano passati 20 anni da quel volo che riportava in Italia la famiglia Romanelli e Geo, il bambino nato tra i cieli, era cresciuto. Alto, moro, capelli ricci, l’acne che non riusciva a staccarsi dalle guance, occhi grandi e vividi, un bel cervello e, naturalmente, una grande passione: il volo. Geo perse suo padre quando aveva 20 anni – l’ultima volta l’aveva visto attraversare la strada, poi i ricordi sono annebbiati –  e, da quell’esatto momento, smise di parlare. Un forte shock dissero gli psicologi. Sta di fatto che Geo, riccio e timido, non parlava più, se voleva comunicare qualcosa lo scriveva sul suo taccuino, amico inseparabile.

La signora Romanelli cercò per molti anni di aiutare il figlio e non riuscì mai a rifarsi una vita. Geo, invece, nonostante il suo mutismo, aveva qualche amico, compagni di scuola con cui spesso usciva. Era un ragazzo intelligente e riservato, timido e introverso, ma che sapeva regalare dei gran bei sorrisi. E un pomeriggio di marzo, mentre il Tevere scorreva veloce, Marzio chiese a Geo come se la passava a un anno dalla scomparsa del padre.

Prese il taccuino e scrisse

Mi manca.

Allora l’amico rispose: “Lo so Geo, ma dovresti cercarti un diversivo; qualcosa che ti tenga la mente impegnata”.

La biro segnò un altro foglio: Tipo?

Marzio sospirò e disse: “Non lo so: un hobby, un lavoro, oppure una ragazza. Oh, mai hai visto che bona è diventata Paola che veniva al liceo con noi?”

Geo sorrise e scrisse: Nessuna starebbe con un muto. Forse è meglio un hobby.

Marzio fece spallucce e insieme si diressero all’obitorio, una vecchia pizzeria di Trastevere.

[continua…]

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